Umberto Tavernari, da Monografia di Walter Madoi, 1970
Il Corpus Domini
L’ ultima notte di incubo: una chiesa deserta illuminata da alcuni fari
che ne tradiscono le linee poco gentili, un presbiterio immenso che fa
da proscenio ad una recita di un potente dramma, una musica forte che
scandisce le note imponenti dello Stabat Mater del Dvorak… appiccicato
ai lembi di una parete, Madoi sta creando l’ ultimo brano del suo
capolavoro. La deposizione. Segni nervosi che istantaneamente mutano in
lineamenti di sofferenza ma anche di grazia, colori duri che danno però
i contorni di volti e di occhi … ecco la Madonna, la Madre, ecco il
Figlio, il Cristo.
La recita è finita: domani i curiosi e i critici cominceranno a passare,
cominceranno a commentare, ma forse pochi avranno l’ atmosfera di questa
notte d’ artista, di creazione che invece lui ha avuto e che gli ha
parlato, gli ha suggerito il motivo e l’ estro della sua opera.
Ho cominciato così, questo pezzo sull’ultima grande opera del nostro
pittore, perché mi darebbe fastidio sentire parlare, criticare,
osservare, senza che nessuno riuscisse a credere che l’ artista vive i
sui momenti di creazione ai margini del sensibile, innestato nel calore
di una vera ispirazione che anche l’ uomo della strada dovrebbe creare
per poter giudicare. Detto questo, fate pure, venite a vedere ciò che al
Corpus Domini, una Chiesa di periferia della nostra città, un pittore ha
fatto per dare una testimonianza, per dare una spiegazione di ciò che
sopra ad un altare, sotto quelle volte, dentro ad un tabernacolo, ogni
giorno avviene e si ripete: il cammino della speranza di una umanità che
va verso il cielo, verso la redenzione dopoo essere passata tra le
miserie e le crudezze della terra.
Quando Madoi chiese questa immensa parete di 400 metri quadri, forse
neppure lui sapeva come l’ avrebbe riempita; aveva un’ idea, aveva un
bozzetto poco chiaro, ma sufficiente per un “imprimatur” ecclesiastico.
Ma ciò che l’ artista possedeva era un cuore e una testa piena di
immagini, vive, reali, concrete, una gran voglia di esprimersi con i
suoi pennelli e il desiderio di non illudere la fiducia di chi gli aveva
consegnato un pezzo intero della Sua Chiesa. E cominciò.
I primi furono i beati, una serie di centinaia di figure, legate insieme
soltanto da colori, sgambettanti per un cielo che ancora non esisteva, e
festanti attorno ad una estasi che doveva venire. Prime critiche, primi
commenti: battuta d’ obbligo “vietato ai minori di 14 anni”. Poi, sempre
a ritroso, venne l’ Ultima Cena: una serie imponente di dodici apostoli
che parlano tutti insieme, che s’ interrogano, che discutono per
qualcosa di molto importante. Fu il Cristo al centro di una tavola
immaginaria,un Cristo che spezza il Pane di vita, a dare il “la” al coro
dei consensi, della meraviglia. Ma forse il meglio doveva ancora venire.
Per arrivare al momento eterno della redenzione, l’ umanità doveva
passare attraverso una storia triste, vera, che da Adamo, attraverso il
peccato originale, aveva come pietre miliari i disordini umani, i
flagelli, le catastrofi. E venne così il gruppo delle
passioni umane, il gruppo del razzismo, di Mathausen, della morte, degli
uomini che oggi fanno la storia stessa dell’ umanità; ogni gruppo, ogni
persona stabilizzò un momento di vita e l’ opera sembrò farsi sentire,
parlare, comunicare. Molti credettero che fossero i visi cari di
un Giovanni XXIII o di un Paolo VI a dare le dimensioni chiare dell’
affresco e non s’ accorsero che invece era il “reportage” preciso di
qualcosa che ognuno aveva vissuto e sapeva di vivere, a far credere che
quello era un cammino per arrivare lassù dove un Cristo spezzava un pane
e una Madre stava ad osservare.
Chi ha vissuto questo affresco forse può parlare, chi l’ osserverà a
lungo sarà degno di dire una parola; chi invece vorrà giudicare senza
capire e pensare, forse non dovrebbe neppure entrare in Chiesa, perché
non potrebbe avere una immagine di ciò che il Cristianesimo ha dato e dà
all’ umanità, e di ciò che la redenzione ha operato. Hanno girato
un film su ogni attimo di quella pittura, su ogni brano; bisognerebbe
poterlo girare alternato con gli stralci dei reportage sul Vietnam,
sulla grande guerra, sulla fame nel mondo, sulla morte, sulla vita in
genere nei suoi grandi momenti di gioia e di dolore. Si vedrebbe
allora come questo affresco non è che una didascalia, un ispirato
commento a tutto quello, così come un artista è riuscito a descriverlo
con delle immagini e dei colori, anziché con delle parole.
Sto uscendo dalla Chiesa; è notte e fuori pioviggina. Nel grande
quartiere tutto dorme. Ho fatto cento metri e mi rivolto … sulla
Chiesa una grande croce illuminata domina la distesa innumerevole delle
case, delle strade che si stendono attorno come a corona. Sembra
un manto di luce, ma ricorda quel manto nero di Madonna che copriva il
Figlio, il Cristo morto della “Pietà” di Madoi.
Quando Mons Pietro Boraschi chiamò Madoi per affidargli l’ incarico, non
tutti forse erano persuasi che avesse compiuto l’ azione migliore della
sua vita; ma al novello Monsignore si poteva perdonare anche questo
sbaglio. Non credevano tutti che un artista riuscisse ad
interpretare un tema così grande e voluminoso. Ma da saggio
sacerdote Mons. Pietro cominciò a fare catechismo al pittore e l’
artista cominciò a diventare cristiano. Non ne saltò fuori un
battesimo di adulto, ma semplicemente si tornò a ripetere quel cambio
famoso di alcuni secoli fa: chiesa ed arte. La stranezza nostra è forse
proprio qui, il non aver saputo preparare gli artisti ad una
interpretazione cristiana dei grandi misteri, e di non aver più chiesto
loro di mettere la loro arte al servizio di quella catechesi molto
semplice e altrettanto difficile che può essere fatta su un muro, su una
tela, in un pezzo di marmo o in linee architettoniche. Ecco allora
uscire le forme strane di deviazione artistica in campo nostro, quelle
forme a cui un po’ tutti abbiamo gridato ma che forse non abbiamo
neppure cercato di evitare.
Qui successe tutto in un altro modo; per ogni momento, per ogni
figura, per ogni atteggiamento prete ed artista si sono trovati seduti a
leggere brani di vangelo, commenti, illustrazioni e ne è uscito qualcosa
che in fondo è altamente figlio all’ esegesi e alla teologia. Con questo
non è avvenuta alcuna spersonalizzazione artistica. Chi conosce Madoi sa
benissimo della forza spaventosa della sua personalità, altamente
indipendente e può constatare che ha saputo dare in questo affresco se
stesso, nella più piena libertà. Quello che lui ha chiesto al
prete in fondo non era che ciò che sul piano di atmosfera ha chiesto a
Schubert o a Dvorak che suonavano in continuità mentre lui dipingeva.
Madoi ha lavorato giorno e notte, si è sottoposto per questo lavoro ad
una “routine” spaventosa, che però lo ha fatto felice. Negli
intermezzi dovuti alla pubblicità di cui è stato oggetto ogni momento,
ha saputo ascoltare, ha saputo commentare e spiegare tanto da avere,
negli ultimi giorni, un cerchio di giovani e di anziani che hanno
vissuto ora per ora, pezzo per pezzo la sua opera.
Ha avuto momenti di stasi, mai di paura. Si è arrabbiato, ha dato anche
un pugno ad un apostolo che non voleva parlare, ma poi si è pentito
perchè per alcuni giorni è dovuto rimanere ingessato. Ha fatto
bozzetti prima, per altre cose si è affidato alla sua preparazione
artistica. Ha consultato figure e testi, senza mai cadere in copiature
di alcun genere. Ha accontentato amici e persone sconosciute che gli
hanno chiesto un tratto amico che ricordasse momenti terribili o volti
scomparsi. Ha cominciato col desiderio di finire, ha finito con il
rimpianto di dover diventare solo osservatore della sua opera.
Critiche ne ha sentite ma la sicurezza del suo pensiero è sempre stata
talmente forte da convincere anche gli altri o semmai a lasciarli dire.
Deve aver mandato fuori anche qualche prete che teologicamente non
era convinto, ma in fondo è persuaso che il visitatore non deve essere
un ammiratore, ma un interprete come lui a sua volta ha cercato di
esserlo. Per questo forse un giorno anche lui si troverà a pregare
assieme ad altri davanti all’ altare illuminato dal suo Cristo o dalla
sua Pietà.
Forse molti potranno discutere su Madoi affrescatore; in fondo io
stesso sono andato a cercare la definizione precisa del termine e non l’
ho trovata. Ma su Madoi artista pochi potranno non essere
coinvolti. Di tutta la sua opera, alcuni brani sono di un valore
altissimo, veramente degno di elogio, anche se siamo convinti che per
lui l’ opera vale nell’ assieme.
Cominceremo da un Cristo unico e raro per la sua espressione e per la
definizione che gli è stata data. Chi lo ha visto da vicino, forse
capirà meglio; ci sono nei suoi occhi i termini stessi della sua
opera redentiva: ammirazione e amore, sofferenza e attesa; sembra
guardare lontano e sembra attendere, sembra triste e sembra sicuro, il
tutto in una personale interpretazione proprio da parte di chi
spiritualmente cerca di capire il momento tremendo di quello “spezzar il
pane”.
Gli apostoli hanno un volto e una voce personale, non soltanto per lo
studio di cui sono oggetto, ma specialmente per quel loro guardarsi,
quel loro gestire staccati e uniti da ciò che viene loro proposto ma che
resta tremenda responsabilità d’ interpretazione e di missione.
Nella parte bassa dell’ affresco ogni gruppo ha un suo valore.
Adamo ed Eva simboli anch’ essi di disperazione e di attesa di speranza;
Caino la voce e il volto della disperazione; il gruppo delle passioni
umane con la differenziazione che gli stessi colori danno alla massa di
uomini e donne; il razzismo giocato ancora su una tavolozza dura e
pesante; la folla dei viventi nei loro atteggiamenti più veri e nei
volti stessi delle persone che attualmente ne dominano le sorti; l’
aggancio meraviglioso tra questa umanità sofferente e la beatitudine
fatto con alcune figure esili e allungate dai toni e dalle espressioni
chiare della bontà e della serenità.
Abbiamo lasciato per ultimo due brani altamente lirici che personalmente
riteniamo tra i più validi: i morti di Mathausen e la Pietà. Il
primo ci pare un gruppo marmoreo più che una pittura e nei volti, nell’
espressione, nei colori traduce tutto ciò che una umanità sofferente può
esprimere e gridare verso il cielo. Il secondo forse non si può
descrivere, occorre guardarlo perché un dramma di una Madre per un
Figlio morto oltrepassa le possibilità nostre di descrizione.
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